Hillary Dawa Sherpa, il lavoratore nepalese ritrovato vivo dopo essere rimasto disperso per quasi una settimana sull’Everest, ha lasciato l’ospedale ed è tornato a casa.
La sua storia, però, non è ancora conclusa.
Le autorità nepalesi stanno infatti indagando per capire come sia stato possibile che Dawa rimanesse completamente solo durante la discesa e perché le operazioni di ricerca siano iniziate in ritardo.
Assunto come cuoco, ma mandato verso la vetta
Secondo la sua testimonianza, Dawa era stato assunto come cuoco al Campo 2 dell’Everest, situato a circa 6.400 metri di altitudine. Durante la spedizione, però, gli sarebbe stato chiesto di svolgere compiti molto diversi da quelli inizialmente previsti.
Avrebbe trasportato materiali fino al Colle Sud, a quasi 8.000 metri, e accompagnato alcuni clienti verso la vetta in cambio di un compenso aggiuntivo di circa 10.000 rupie nepalesi, equivalenti a poco più di 60 euro.
Uno dei clienti della spedizione ha inoltre raccontato che Dawa sarebbe stato utilizzato come guida d’alta quota dopo il ritiro di un altro lavoratore. L’uomo avrebbe affrontato il tentativo senza aver riposato abbastanza e con uno zaino particolarmente pesante.
Sono proprio questi aspetti a essere ora al centro dell’indagine.
Rimasto solo nella Cascata di ghiaccio del Khumbu
Il 29 maggio, mentre la stagione alpinistica sull’Everest stava terminando, Dawa iniziò la discesa.
Dopo essersi fermato per riposare, raggiunse il Campo 2, ma trovò l’accampamento ormai vuoto.
Fu quindi costretto a proseguire da solo attraverso la Cascata di ghiaccio del Khumbu, uno dei tratti più pericolosi della montagna.
Si tratta di un labirinto di crepacci e giganteschi blocchi di ghiaccio in continuo movimento, normalmente attraversato con scale, corde fisse e il supporto di squadre specializzate.
Durante il percorso, Dawa precipitò in un crepaccio e vi rimase intrappolato per circa due giorni. Una valanga riempì parzialmente la cavità di neve: rischiò di seppellirlo, ma allo stesso tempo gli permise di risalire e raggiungere nuovamente le corde fisse.
Senza ossigeno supplementare, quasi senza cibo e in condizioni sempre più gravi, continuò lentamente a scendere. In alcuni tratti riusciva ad avanzare soltanto trascinandosi sulla neve.
Il ritrovamento dopo quasi una settimana
Dopo quasi una settimana venne avvistato da alcuni operatori impegnati nella pulizia e nello smantellamento delle attrezzature sulla montagna. Era ancora vivo, ma presentava congelamenti, disidratazione e problemi a una gamba.
Fu evacuato in elicottero e trasportato in ospedale a Kathmandu. Nel frattempo, la sua famiglia lo aveva ormai creduto morto e aveva già iniziato i riti funebri.
Oggi Hillary Dawa, 57 anni, sta continuando il recupero a casa e ha dichiarato che non tornerà più sulle grandi montagne.
Un caso che coinvolge l’industria dell’Everest
L’inchiesta dovrà ora stabilire quale fosse realmente il suo ruolo, perché sia stato mandato così in alto e per quale motivo sia stato lasciato solo durante una fase così pericolosa della discesa.
La vicenda non riguarda quindi soltanto una straordinaria storia di sopravvivenza.
Riporta anche l’attenzione sulle condizioni dei lavoratori nepalesi che rendono possibili le spedizioni commerciali sull’Everest, spesso affrontando i rischi maggiori con compensi molto inferiori rispetto alle somme pagate dai clienti stranieri.




