Negli ultimi giorni il mondo dell’alpinismo è stato scosso da una polemica senza precedenti. Due figure di spicco, Simone Moro e Marco Confortola, sono finiti al centro di un acceso dibattito che non riguarda solo le loro imprese personali, ma tocca il cuore stesso dell’etica in montagna.
Tutto è iniziato con l’annuncio di Confortola di aver completato la scalata di tutti i 14 Ottomila, le vette più alte del pianeta.
Un traguardo straordinario, che però è stato subito messo in dubbio da Simone Moro, alpinista bergamasco con un curriculum di primati invernali unico al mondo.
Cosa è successo? Ti spieghiamo tutto in questo articolo
Chi sono i protagonisti


Per capire questa vicenda serve una premessa. Simone Moro è uno degli alpinisti più celebri al mondo, noto per aver realizzato il maggior numero di prime ascensioni invernali sugli Ottomila, le montagne più alte della Terra.
Ha costruito la sua carriera su un approccio rigoroso e su un’etica molto severa.
Marco Confortola, alpinista valtellinese, è invece conosciuto per essere sopravvissuto alla tragica spedizione sul K2 del 2008, quando perse tutte le dita dei piedi a causa del congelamento.
Negli anni ha scalato numerosi Ottomila ed è diventato anche autore di libri e conferenziere motivazionale.
Proprio l’annuncio recente di Confortola di aver completato la salita di tutti i 14 Ottomila ha acceso uno dei dibattiti più duri dell’alpinismo italiano.
Le accuse di Simone Moro
Secondo Moro, molte delle vette dichiarate da Confortola sarebbero in realtà “presunte”.
Le prove fotografiche presentate, sostiene, non sarebbero autentiche: alcune sarebbero state ritoccate, altre addirittura prese da altri alpinisti e spacciate per proprie.
Moro cita nomi e testimonianze:
- Sul Kangchenjunga, la foto diffusa da Confortola sarebbe stata in realtà ritagliata da un altro alpinista, Shehroze Kashif.
- Sul Lhotse, la foto mostrata da Confortola apparterrebbe in realtà allo spagnolo Jorge Egochega.
- Sul Makalu, lo scalatore indiano Arjun Vajpai racconta di averlo visto fermarsi sotto la falsa vetta, a circa 180 metri dalla cima.
- Sull’Annapurna: la testimonianza di Silvio Mondinelli riferisce che Confortola si sarebbe fermato molto prima della vetta nel 2006, pur dichiarando poi di averla raggiunta.
- Sul Nanga Parbat: lo stesso Confortola, in passato, avrebbe dichiarato di non essere arrivato in cima. Moro mostra anche locandine di conferenze in cui Confortola annunciava di voler raccontare la rinuncia, mentre oggi sostiene il contrario.
- Sul Dhaulagiri: la foto fornita da Confortola mostrerebbe un punto almeno cento metri sotto la cima, e non la vetta reale.
Moro chiarisce che non si tratta di una “crociata personale”, ma di etica alpinistica: «Se ti proponi come formatore e simbolo di valori, hai il dovere di dire la verità, accettare il dubbio e, se serve, ammettere la sconfitta».
Un ulteriore elemento che ha fatto crescere le polemiche riguarda la comunicazione.
Diversi giornali e programmi televisivi hanno presentato Marco Confortola come l’alpinista italiano che ha scalato tutti i 14 Ottomila senza ossigeno.
In realtà, Confortola non ha mai dichiarato ufficialmente una cosa simile.
Tuttavia, non ha neppure mai smentito o corretto queste affermazioni quando venivano diffuse dai media.
Questo silenzio è stato percepito come una forma di connivenza da parte di molti alpinisti, che ricordano come l’uso o meno dell’ossigeno supplementare faccia un’enorme differenza nella valutazione etica e sportiva di un’ascesa.
Il caso della foto sul Kangchenjunga
Uno dei nodi più discussi riguarda la salita al Kangchenjunga del 2022.
Confortola aveva annunciato di aver raggiunto la vetta il 5 maggio alle 14:30, pubblicando poi sul suo profilo Instagram la foto di un orologio sportivo che segnava 8.592 metri e uno scatto insolito di neve e rocce vicino alla cima.
Tuttavia, in quell’immagine non comparivano né lui né altri alpinisti.

Secondo alcune analisi riportate da Media e scalatori, quella foto sarebbe stata in realtà ritagliata da uno scatto dell’alpinista pakistano Shehroze Kashif, che raggiunse la cima lo stesso giorno alle 15:00.

A rendere la vicenda ancora più ambigua, la stessa agenzia Seven Summit Treks, che aveva organizzato la spedizione, non inserì mai Confortola nella lista ufficiale degli scalatori giunti in vetta in quella giornata.
La squadra italiana di Confortola spiegò la mancanza di comunicazioni immediate con presunti problemi al telefono satellitare e annunciò successivamente che l’alpinista soffriva di oftalmia, tanto da dover rientrare in Italia per sottoporsi a controlli medici.
Tuttavia, a distanza di settimane, non furono pubblicati ulteriori dettagli e nemmeno The Himalayan Database, considerato la fonte ufficiale per le spedizioni sugli Ottomila, ha confermato quell’ascensione.
Anche l’alpinista olandese Wilco van Rooijen, presente al campo base, raccontò in un suo resoconto di aver incontrato Confortola dopo il tentativo di vetta, lasciando intendere che non fosse arrivato fino in cima.
La foto dell’orologio che misura la quota
Un’ulteriore contestazione riguarda la foto di un orologio altimetro mostrata da Confortola come prova delle sue salite.
Nell’immagine si vede soltanto la quota registrata, ma non la vetta né l’alpinista.

Su questo punto Simone Moro è stato molto critico: «Lasciamo perdere la foto del suo orologio altimetro spacciata come prova della vetta. Fai la foto della quota riportata e non fai foto della cima e di te lassù?!».
Con tono polemico, Moro ha aggiunto: «Ieri sera a tavola a Bergamo ho impostato la quota del Lhotse sul mio orologio. Giuro che ero a casa e non in vetta», a sottolineare quanto una semplice lettura altimetrica non possa essere considerata una prova attendibile di ascensione.

Il caso della foto sul Lhotse

Secondo il commento pubblicato su The Times, Simone Moro afferma che la foto di vetta di Confortola sarebbe un fotomontaggio, in cui il suo volto sarebbe stato aggiunto a partire da una fotografia reale scattata da Jorge Egocheaga sul Lhotse, eliminando Egocheaga dal quadro.
Moro sottolinea che “l’ombra e l’ambiente montano sono identici”

Il caso della foto sul Makalu

Un altro episodio controverso riguarda la salita al Makalu del 2016.
Secondo quanto riportato da Simone Moro, l’alpinista indiano Arjun Vajpai, che quel giorno raggiunse la vetta insieme al suo team con l’ausilio di ossigeno e sherpa, raccontò di aver visto Marco Confortola fermarsi più in basso, sotto la cosiddetta “falsa vetta”.
Vajpai ricorda che, durante la discesa, incontrò Confortola mentre scattava una foto con una bandiera con il numero 58, che poi piegò prima di scendere insieme a loro.
Moro, per avere conferma scritta, contattò Vajpai in seguito, ricevendo questa risposta: “I saw him making pictures even below false summit” – “L’ho visto fare foto persino sotto la falsa vetta”.

Secondo questa testimonianza, dunque, la foto pubblicata da Confortola come prova di vetta non sarebbe stata scattata sulla cima reale del Makalu, ma ben più in basso, a circa 8.300–8.350 metri, quando mancava ancora più di un’ora di salita.
Sul caso del Makalu interviene anche l’alpinista Marco Comandona: la foto è sta manipolata
A questo si aggiunge la recente dichiarazione dell’alpinista Marco Camandona, compagno di spedizione sul Makalu, che afferma di non poter dire con certezza se Marco Confortola abbia raggiunto o meno la vetta.
Ciò che invece considera indiscutibile è che la sua foto di vetta sia stata utilizzata e manipolata, per poi essere presentata come prova da Confortola.


Il precedente dell’Annapurna


Le contestazioni non vengono solo da Moro.
Già Silvio “Gnaro” Mondinelli, secondo italiano (dopo Messner) a completare i 14 Ottomila senza ossigeno, aveva raccontato un episodio risalente al 2006 sull’Annapurna.
Secondo lui, mentre lui e uno sherpa arrivarono realmente in vetta, Confortola si sarebbe fermato sulla cresta, più in basso, salvo poi dichiarare pubblicamente di aver raggiunto la cima.
Mondinelli ammette di non aver sollevato il problema all’epoca, ma oggi contesta apertamente quell’episodio, definendolo «fastidioso» e contrario alla verità.
La replica di Marco Confortola

Confortola respinge tutte le accuse, definendole “invidie” legate alla sua visibilità. Rivendica di essere salito sul Lhotse, di aver scalato il Makalu e le altre montagne contestate.
Per il Kangchenjunga spiega la mancanza di prove fotografiche con problemi di salute (un edema corneale) e con condizioni meteorologiche difficili.
A chi lo accusa di usare foto non sue risponde che si tratta di questioni marginali o di dettagli a pochi metri dalla vetta, che non intaccherebbero il valore delle sue salite.
Leggi l’intervista completa di Marco rilasciata a Lo Scarpone
L’intervento di Reinhold Messner

In questa polemica è intervenuto anche Reinhold Messner, leggenda vivente dell’alpinismo e primo uomo ad aver scalato tutti i 14 Ottomila senza ossigeno.
La sua posizione è netta: senza prove certe, un’ascesa non ha valore storico.
Messner aggiunge però un punto ancora più radicale: oggi molte spedizioni agli Ottomila sono “spedizioni guidate”, con sherpa, corde fisse, ossigeno e perfino elicotteri fino a quote altissime. «Così – sostiene – non si tratta più di alpinismo, ma di turismo d’alta quota».
Un problema di etica o di gelosia?
Moro propone un confronto pubblico tra tutti gli alpinisti coinvolti nelle spedizioni contestate, per chiarire definitivamente i dubbi.
Confortola, però, ha rifiutato dicendo di «non avere tempo da perdere».
La spaccatura rimane: da un lato chi invoca rigore e trasparenza, dall’altro chi rivendica la propria parola come prova sufficiente.
Dove va l’alpinismo con questo dibattito?
La vicenda apre una domanda più profonda: che valore ha oggi l’alpinismo?
Se il metro di giudizio non è più lo stile con cui si scala – la difficoltà affrontata, i rischi assunti, la capacità di ammettere una rinuncia – ma solo la conquista di una vetta da mostrare ai media e agli sponsor, allora il senso stesso dell’alpinismo rischia di svuotarsi.
Come ha detto Messner, “la corsa agli Ottomila fatta così è roba da turisti, non da alpinisti”.
Il dibattito Moro–Confortola non è quindi solo una disputa personale, ma lo specchio di una domanda che riguarda tutti: l’alpinismo moderno sta perdendo la sua etica?
Fonti:




