Più di cinque secoli dopo i viaggi di Cristoforo Colombo, alcune delle navi che parteciparono alle sue spedizioni potrebbero trovarsi ancora sotto i fondali dei Caraibi.
È da questa possibilità che nasce una nuova ricerca archeologica nella baia di La Isabela, sulla costa settentrionale della Repubblica Dominicana, dove nell’aprile 2026 una missione internazionale coordinata dall’UNESCO ha individuato oltre 40 anomalie sottomarine ancora da identificare.
Una flotta di 17 navi
La storia inizia nel 1493, quando Colombo partì da Cadice per il suo secondo viaggio verso le Americhe.
Questa volta non si trattava della piccola spedizione composta da Niña, Pinta e Santa María: Colombo comandava una flotta di 17 navi con oltre 1.200 uomini, destinata non soltanto all’esplorazione ma anche alla creazione di una presenza spagnola stabile nei nuovi territori.
Arrivato a Hispaniola, Colombo trovò distrutto La Navidad, il piccolo insediamento costruito dopo il naufragio della Santa María durante il primo viaggio.
Decise quindi di fondare una nuova colonia sulla costa settentrionale dell’isola: La Isabela, realizzata tra la fine del 1493 e l’inizio del 1494.
L’insediamento ebbe però vita breve.
Malattie, scarsità di risorse, conflitti e condizioni ambientali difficili portarono progressivamente al suo abbandono alla fine del XV secolo.
Le navi perdute di La Isabela
Anche diverse imbarcazioni legate alla colonia andarono perdute.
Secondo le ricerche del Center for Underwater Science dell’Indiana University, nel 1495 due uragani colpirono La Isabela e le testimonianze storiche indicano che potrebbero essere affondate tra cinque e undici navi.
Alcuni di quei relitti potrebbero trovarsi ancora sotto i sedimenti della baia.
Tra le navi documentate come perdute nell’area figura anche la Marigalante, nave ammiraglia di Colombo durante il secondo viaggio.
Non si tratta quindi della ricerca della celebre Santa María: quella nave si era arenata già nel 1492, durante il primo viaggio, sulla costa di Hispaniola e parte del suo legname venne utilizzato per costruire La Navidad.
Oltre 40 anomalie sotto il fondale
La nuova missione dell’UNESCO si è svolta tra il 5 e il 10 aprile 2026, insieme alle autorità della Repubblica Dominicana e con il sostegno della Spagna.
Gli archeologi hanno utilizzato strumenti geofisici capaci di analizzare sia la superficie del fondale sia ciò che si trova sotto i sedimenti.
Sono stati inoltre prelevati campioni per cercare di ricostruire come appariva la costa alla fine del XV secolo.
Il motivo è semplice: in oltre 500 anni fiumi e fenomeni naturali potrebbero aver ricoperto eventuali relitti con metri di sedimenti.
La prospezione ha individuato più di 40 anomalie sottomarine. Ma questo non significa che siano state trovate le navi di Colombo.
Potrebbero essere resti archeologici appartenenti a epoche differenti, oggetti sepolti oppure elementi naturali. Saranno necessarie verifiche dirette per stabilirne la natura.
La ricerca continua
Una prima missione condotta nel 2024 aveva già identificato dieci contesti archeologici sommersi nella baia, prevalentemente databili ai secoli XVIII e XIX.
La fase successiva della ricerca sarà invece dedicata proprio alle anomalie più promettenti individuate nel 2026: gli archeologi dovranno raggiungerle e verificare direttamente se qualcuna possa essere collegata alla presenza di Colombo e alla colonia di La Isabela.
Al momento, quindi, nessuna nave è stata identificata.
Ma sotto una baia caraibica che più di 500 anni fa ospitò una delle prime grandi flotte europee arrivate nelle Americhe potrebbero ancora trovarsi i resti di alcune delle imbarcazioni perdute durante quelle spedizioni.
E le oltre 40 anomalie appena individuate indicano agli archeologi dove iniziare a cercare.




