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Il mistero dell’ultima scalata di Mallory e Irvine sull’Everest (1924)

Il mistero dell’ultima scalata di Mallory e Irvine sull’Everest (1924)

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La prima ascensione ufficiale del Monte Everest fu realizzata il 29 maggio 1953 dal neozelandese Sir Edmund Hillary e dallo sherpa nepalese Tenzing Norgay​. La notizia del successo, diffusa a Londra durante la parata per l’incoronazione della regina Elisabetta II, fece esplodere l’entusiasmo della folla​.

Edmund Hillary (a destra) e lo sherpa Tenzing Norgay (a sinistra) dopo la conquista dell’Everest nel 1953. Il successo della loro ascensione fu annunciato a Londra durante l’incoronazione di Elisabetta II, suscitando enorme entusiasmo

Hillary stesso, appena in vetta, si mise a cercare intorno a sé eventuali tracce di precedenti scalatori – magari dei leggendari George Mallory e Andrew “Sandy” Irvine, scomparsi su quella montagna quasi trent’anni prima – ma non ne trovò, poiché a quelle altitudini qualsiasi segno umano è effimero.

La gloria di essere i primi al tetto del mondo spettò dunque a Hillary e Tenzing. Eppure una domanda continuava a riecheggiare tra gli appassionati: e se Mallory e Irvine avessero davvero raggiunto la cima dell’Everest già nel 1924, senza poterlo raccontare?

La corsa all’Everest e la spedizione del 1924

All’inizio del ’900, l’Everest – la montagna più alta della Terra – era l’ultimo grande obiettivo dell’esplorazione. Dopo i poli Nord e Sud, i britannici ambivano a conquistare quello che chiamavano il “Terzo Polo”, ristabilendo prestigio nazionale​.

Poiché il versante nepalese della montagna era all’epoca precluso agli occidentali, le prime spedizioni britanniche si concentrarono sul versante nord, in Tibet​.

Già nel 1921 una spedizione esplorativa britannica, di carattere più ricognitivo, mappò la zona e individuò la via di salita dal Colle Nord.

Nel 1922 un secondo team tentò la vetta, infrangendo per la prima volta la “quota 8000” ma dovendo rinunciare dopo tragici incidenti (una valanga uccise diversi portatori) e condizioni proibitive.

George Mallory, alpinista inglese di grande esperienza, prese parte sia alla spedizione del 1921 sia a quella del 1922, spingendosi in quest’ultima fino a circa 8.225 metri​. Fu Mallory – celebre anche per aver risposto “Perché è lì” a chi gli chiedeva perché scalare l’Everest – a diventare il protagonista della terza spedizione britannica, pianificata per l’estate 1924.

Un gruppo di membri della spedizione britannica del 1924 a Shelkar, in Tibet. Al centro, evidenziato dal segno circolare, George Mallory; alla sua destra (il più alto, in abiti chiari) il compagno Edward Norton. Secondo da sinistra il governatore locale di Shelkar; all’estrema destra il Gen. Bruce, capo della spedizione​

La spedizione britannica del 1924 partì decisa a conquistare finalmente la vetta. Guidata inizialmente dal Generale Charles Bruce (poi sostituito dal tenente colonnello Edward Norton a causa di problemi di salute), riuniva alcuni dei migliori alpinisti del tempo: oltre a Mallory (38 anni), vi erano Edward “Teddy” Norton – che assunse il comando sul campo – Howard Somervell, John Noel (fotografo e cineoperatore), Noel Odell (geologo) e altri. Mallory, considerato il più forte scalatore, era il naturale candidato al tentativo di vetta.

Con lui venne scelto il giovane Andrew “Sandy” Irvine, 22 anni, studente di ingegneria e abile nel maneggiare le apparecchiature ad ossigeno​.

A 22 anni, Sandy Irvine – in seconda fila, all’estrema sinistra – era il membro più giovane della spedizione del 1924. È ritratto accanto a George Mallory, con il quale sarebbe scomparso.

La scelta di Irvine destò qualche sorpresa, dato che egli era il meno esperto in Himalaya; tuttavia Mallory, che aveva legato molto con il ragazzo durante il viaggio per mare verso l’India, lo riteneva “forte come un bue” e soprattutto apprezzava le sue competenze tecniche​.

L’ossigeno artificiale, infatti, era l’asso nella manica per vincere l’Everest: Mallory, inizialmente scettico sull’uso delle bombole, si era convinto dopo aver visto Norton e Somervell salire senza ossigeno solo fino a un certo punto. Irvine si era distinto per la capacità di riparare e ottimizzare i macchinari ad ossigeno, qualità preziosa per l’assalto finale.

Nel maggio 1924 la spedizione stabilì una serie di campi d’alta quota sul versante nord. Il Campo IV venne allestito sulla sella del Colle Nord (~7000 m); da lì, Mallory e il co-capospedizione Bruce partirono per un primo tentativo di vetta il 1º giugno.

Il Campo IV sul Colle Nord. Il Campo IV è stato usato da un gruppo di supporto di due scalatori durante i tentativi di raggiungere la vetta.

Questo tentativo fu però frustrato da venti gelidi e dal rifiuto di alcuni portatori di proseguire oltre quota 7.600: Mallory e Bruce dovettero rinunciare senza riuscire a piazzare il Campo V programmato​.

Il giorno seguente ci provarono Edward Norton e Howard Somervell, senza ossigeno: il 4 giugno 1924 Norton compì una salita straordinaria lungo il versante nord, raggiungendo circa 8.572 metri di quota – un record assoluto per l’epoca.

A meno di 280 metri dalla vetta, però, Norton dovette fermarsi: il terreno difficile, la mancanza di tempo e le forze al limite lo convinsero a tornare indietro​.

Norton discese dopo aver toccato un’altitudine che non sarebbe stata superata per i successivi 28 anni​.

Quella notte al Campo IV, Mallory – che aveva aiutato a soccorrere compagni e portatori – parlò con Norton esponendogli il suo piano per un terzo tentativo, stavolta usando l’ossigeno e portando con sé il giovane Irvine​. Norton, ormai debilitato (soffriva di cecità da neve), acconsentì a lasciare carta bianca a Mallory.

Mallory e Irvine partirono dal Colle Nord il 6 giugno, risalendo con diversi portatori la cresta nord dell’Everest. Impiegarono due giorni per portare l’ultimo campo avanzato (Campo VI) a circa 8.170 metri di quota, vicino alla Piramide Sommitale.

Sotto l’enorme parete di ghiaccio del Colle Nord, appena visibili, si scorgono gli scalatori della spedizione del 1924.

Da quel punto li attendeva la parte finale della scalata: la lunga cresta nord-est con i suoi affioramenti rocciosi (i famigerati “Gradini” dell’Everest). Mallory appariva fiducioso: in un biglietto fatto recapitare al Campo IV la sera del 7 giugno, scrisse al collega Noel Odell: “Qui non c’è vento, e le cose sembrano promettenti”.

Mallory comunicò che lui e Irvine sarebbero probabilmente partiti all’alba dell’8 giugno per approfittare del bel tempo, e chiese a Odell di osservarli verso le ore 8:00 del mattino sulla cresta: “non sarà troppo presto per cominciare a cercarci, sia mentre attraversiamo la fascia rocciosa sotto la piramide finale, sia mentre saliamo lungo la linea di cresta a/le 8…” (per un refuso Mallory scrisse 8 p.m. anziché 8 a.m.)​.

Mallory intendeva quindi farsi individuare col telescopio dalla base, magari per essere filmato durante la salita finale​. Alle prime luci dell’8 giugno 1924, i due britannici lasciarono la tenda di Campo VI (circa 8.370 m) diretti alla cima, carichi di bombole d’ossigeno, di sogni e di incognite.

Nell’ultima foto scattata agli alpinisti, George Mallory (a sinistra) e Sandy Irvine si preparano a lasciare il Colle Nord dell’Everest nel giugno 1924.

Portavano con sé anche una piccola fotocamera Kodak, affidata a Irvine, con cui speravano di immortalare l’eventuale vetta, e Mallory aveva in tasca la foto della moglie Ruth, intenzionato a lasciarla sulla sommità del mondo.

L’ultima ascensione e la scomparsa nel nulla

La mattina dell’8 giugno, il tempo sull’Everest era variabile: nebbie e nuvole avvolgevano a tratti la parte alta della montagna​.

Dal Campo V inferiore, il geologo Noel Odell saliva in appoggio, sperando di incontrare i compagni di ritorno. Alle 12:50 il cielo si aprì brevemente. Odell, scrutando verso l’alto, ebbe un’apparizione folgorante: vide due puntini neri in movimento in cresta, molto in alto.

In seguito racconterà di averli avvistati “sulla cresta, mentre si avvicinavano alla base della piramide sommitale”​.

Erano Mallory e Irvine, in quell’istante visibili come minuscole sagome sul filo di cresta nord-est. Odell li osservò per qualche minuto mentre uno dei due raggiungeva la cima di un gradino roccioso e l’altro lo seguiva poco sotto, prima che le nuvole inghiottissero di nuovo ogni cosa​.

Fu l’ultima volta che Mallory e Irvine vennero visti vivi.

Subito dopo, il tempo peggiorò: grosse nuvole e una bufera di neve investirono la montagna​. Odell perse di vista i compagni e dovette ripararsi.

Preoccupato, Odell raggiunse il Campo VI nel pomeriggio e non trovò traccia dei due, a parte alcuni oggetti dispersi nella tenda (segno di una partenza frettolosa)​.

Si fermò lì per la notte nella speranza di vederli ricomparire. Al mattino del 9 giugno risalì ancora un tratto di montagna fin verso quota 8.200, ma dovette arrendersi all’evidenza: nessuno rispondeva ai suoi richiami, e lungo la via non vi erano segnali del loro passaggio​.

Con il cuore pesante, Odell tracciò sulla neve sei linee in croce – il segnale convenuto per “nessuna traccia, abbiamo perso la speranza” – e ridiscese verso il Colle Nord​.

Nei giorni seguenti la spedizione smobilitò i campi e fece ritorno a valle.

Mallory e Irvine erano svaniti nel nulla sulla montagna. Che fossero morti era ormai quasi certo: sarebbe stato impensabile sopravvivere a un bivacco all’addiaccio a quelle quote, con l’equipaggiamento dell’epoca​.

Ma restava un mistero enorme e angoscioso: fino a dove erano arrivati? Avevano conquistato la vetta dell’Everest prima di morire?​.

La notizia scosse l’Inghilterra. Mallory e Irvine, giovani eroi dell’alpinismo britannico, furono celebrati come martiri dell’esplorazione. A Cambridge e a Oxford – le università dove avevano studiato – vennero eretti memoriali in loro onore​.

Il racconto di Odell sul loro ultimo avvistamento uscì sui giornali e divenne leggenda.

In un primo momento Odell riferì di averli visti superare un “prominente gradino di roccia poco sotto la piramide finale”​, un riferimento a quello che oggi è noto come il Secondo Gradino.

Quindi secondo Odell, i due alpinisti avrebbero superato il Secondo Gradino, il più difficile.

Ma quando il capo della spedizione, Edward Norton, pubblicò la storia ufficiale della scalata l’anno successivo, espresse dubbi sulla testimonianza di Odell. Secondo lui, era più probabile che i due scalatori si trovassero più in basso, forse nei pressi del Primo Gradino, e non del Secondo Gradino come inizialmente ipotizzato.

Da allora, il dibattito sull’esatta posizione dei due alpinisti in quell’avvistamento (Primo o Secondo Gradino?) alimenterà ancor di più la curiosità attorno al loro destino.

Indizi dal passato: dalle prime ricerche al ritrovamento di Mallory (1999)

Nei decenni successivi, varie spedizioni di ricerca tentarono di far luce sulla sorte di Mallory e Irvine.

Già nel 1933 una nuova spedizione britannica sull’Everest trovò un primo indizio concreto: ad oltre 8.400 metri di quota, lungo la cresta nord-est, venne rinvenuta una piccozza antica conficcata nella ghiaia​.

Si accertò poi che apparteneva proprio a uno dei due dispersi (probabilmente a Irvine). Il ritrovamento suggeriva che Mallory e Irvine potessero essere caduti durante la discesa da un punto molto alto della cresta, forse proprio nei pressi di quel Secondo Gradino che era stato la principale difficoltà tecnica sul loro cammino.

Vent’anni dopo, nel 1953, appena giunto in vetta dal versante opposto, Edmund Hillary dedicò alcuni minuti a cercare eventuali segni del passaggio dei suoi sfortunati predecessori (come un eventuale segno lasciato sulla cima), ma – come detto – non trovò nulla​.

Un altro frammento di storia emerse nel 1975, quando una spedizione cinese sul versante tibetano riportò un aneddoto inquietante: l’alpinista cinese Wang Hongbao raccontò di aver avvistato, nei pressi di un antico campo a circa 8.100 metri, il corpo di un “vecchio inglese” rimasto sepolto sul fianco della montagna.

Purtroppo Wang morì travolto da una valanga il giorno dopo, prima di poter indicare con esattezza il luogo del macabro avvistamento​.

Col senno di poi, quel cadavere avvistato nel 1975 quasi certamente era uno dei due britannici scomparsi – con tutta probabilità Mallory – ma all’epoca il mistero rimase irrisolto.

Bisogna attendere la fine degli anni ’90 per assistere a una svolta cruciale. Nel 1999, a 75 anni dalla scomparsa, venne organizzata una grande spedizione internazionale con l’obiettivo dichiarato di trovare tracce di Mallory e Irvine, in particolare la macchina fotografica che potenzialmente avrebbe potuto contenere la prova di una vetta raggiunta​.

La Mallory and Irvine Research Expedition 1999, sponsorizzata dalla BBC e dall’americana Nova, perlustrò con attenzione il versante nord alla ricerca dei corpi.

Il 1º maggio 1999, l’alpinista americano Conrad Anker fece la scoperta sensazionale: sul fianco della montagna, a circa 8.156 metri di quota, giaceva il corpo di George Mallory, straordinariamente preservato dal gelo​.

Resti del corpo di George Mallory

Mallory era disteso a faccia in giù sul pendio, con una gamba fratturata e tracce di corda attorno alla vita – segni di una caduta rovinosa e di una corda che si era spezzata, indizi che confermavano come l’incidente fosse accaduto durante la discesa​.

Il corpo di George Mallory fu scoperto dall’alpinista americano Conrad Anker il 1° maggio 1999, 75 anni dopo la sua scomparsa. Nell’ambito della Mallory and Irvine Research Expedition, che cercava di risolvere la questione se la coppia avesse effettivamente raggiunto la vetta, Mallory fu trovato a 8.170 metri di quota. Questo è un frammento della corda da scalata che legava Mallory a Sandy Irvine.

I ricercatori, scossi ed emozionati, esaminarono e fotografarono rispettosamente i resti di Mallory, recuperando dagli indumenti alcuni oggetti personali (un coltellino, un altimetro, delle lettere).

Vi era però un’assenza clamorosa: addosso a Mallory non fu trovata la foto di sua moglie Ruth, che egli aveva promesso di lasciare sulla cima dell’Everest qualora vi fosse arrivato​.

Questo dettaglio alimentò subito l’ipotesi che Mallory potesse effettivamente aver raggiunto la vetta e deposto lì la fotografia, prima di perdere la vita nella discesa.

D’altro canto, della fotocamera Kodak che Mallory e Irvine avevano con sé non vi era traccia​ – probabilmente era nello zaino di Irvine al momento dell’incidente. Dopo un breve rito funebre (Mallory fu sepolto tra pietre e ghiaccio sul luogo del ritrovamento), la spedizione ridiscese a valle con molte risposte ma anche nuove domande.

Il ritrovamento di Mallory nel 1999 fu un momento di grande emozione nella storia dell’alpinismo. Per la prima volta si poteva dare un minimo di chiarezza ai familiari: Mallory era caduto e la montagna lo aveva conservato per tre quarti di secolo.

Tuttavia, l’enigma centrale – la conquista o meno della vetta – rimaneva insoluto.

L’unica prova decisiva sarebbe potuta venire dal rullino fotografico nella Kodak di Irvine, qualora fosse mai stato trovato e risultasse sviluppabile​.

I tecnici della Kodak hanno osservato che, se il film fosse rimasto sigillato nel ghiaccio, forse qualche immagine in bianco e nero potrebbe ancora essere recuperata​.

Non a caso, la piccola Kodak divenne per gli alpinisti-esploratori una sorta di “Sacro Graal” da cercare ad ogni costo.

Negli anni successivi diverse spedizioni tornarono sulla parete nord dell’Everest alla caccia di nuovi indizi: nel 2001 e 2004 altri team perlustrarono invano l’area poco sotto il luogo di ritrovamento di Mallory, ostacolati anche da valanghe e maltempo.

Nel 2007 una spedizione congiunta cino-americana tentò senza successo di localizzare il corpo di Irvine tramite rilevamenti aerei. Nel 2009 lo studioso americano Tom Holzel annunciò di aver individuato tramite foto aeree quello che poteva essere il corpo di Irvine a circa 8.425 metri, in una fenditura tra le rocce​.

Ma ulteriori verifiche non riuscirono a confermare quella presenza – probabilmente un’illusione ottica nelle immagini.

Lo scarpone di Irvine: svolte recenti e ultime scoperte

Nel giugno 2023 sarebbe ricorso il centenario della scomparsa di Mallory e Irvine, e il mistero era ancora irrisolto. Ma nel settembre 2024 è arrivata però una scoperta sorprendente.

U spedizione organizzata dalla rivista National Geographic ha individuato, sul ghiacciaio centrale del Rongbuk (ai piedi della parete nord dell’Everest), i resti di uno scarpone con all’interno un piede umano​.

All’interno della calza, in condizioni ancora incredibili, vi era un’etichetta rossa con la scritta “A.C. Irvine”​.

La scena – immortalata dal fotografo Jimmy Chin – era inequivocabile: dopo cento anni era riaffiorata la prova materiale della morte di Andrew “Sandy” Irvine sul versante tibetano dell’Everest.

Lo scarpone chiodato e logorato dal tempo, con il piede avvolto nella calza di lana, costituiva il primo reperto concreto appartenuto a Irvine mai ritrovato sulla montagna. “È la prima vera prova del punto in cui è finito Sandy” ha commentato Jimmy Chin, sottolineando come questa scoperta fornisca “un grande indizio per la comunità alpinistica, per comprendere cosa è accaduto” nel 1924​.

I resti sono stati rinvenuti a valle rispetto al luogo di scomparsa – sul ghiacciaio, appunto – il che fa pensare che il corpo di Irvine sia stato trascinato più in basso dal lento movimento glaciale.

Questa scoperta riaccende la speranza di risolvere il puzzle. Infatti, sapere dove sono finiti i poveri resti di Irvine può aiutare a restringere l’area in cui cercare il suo equipaggiamento – in particolare la famosa fotocamera Kodak non ancora trovata​.

Se il ghiacciaio ha “restituito” lo scarpone, forse altri oggetti personali di Mallory e Irvine potrebbero emergere nelle vicinanze. La squadra del National Geographic, dopo aver recuperato lo scarpone, ha continuato a perlustrare la zona alla caccia di ulteriori reperti, con un certo ottimismo: “di certo delimita il campo di ricerca” ha dichiarato Chin riguardo al nuovo indizio.

Va detto che un secolo di movimenti del ghiacciaio potrebbe aver spostato i resti di centinaia di metri​, quindi trovare la macchina fotografica non è garantito.

Inoltre, finora il ritrovamento di Irvine non risponde alla domanda principale: Mallory e Irvine riuscirono a toccare la vetta prima di morire? – come sottolineano gli storici, lo scarpone in sé non fornisce elementi su quanto in alto si fossero spinti​.

Ciononostante, il cerchio sembra stringersi: dopo decenni di ricerche a vuoto, la montagna sta lentamente svelando i suoi segreti. La famiglia di Irvine, informata del ritrovamento, ha espresso commozione e sollievo nel sapere finalmente dove giace il loro Sandy​.

Resta l’aspettativa che un giorno non lontano si possa rinvenire anche la fotocamera di Irvine – magari congelata in qualche crepaccio – e che dallo sviluppo delle sue pellicole possa emergere la verità definitiva.

Vetta sì o vetta no? – Teorie e domande aperte

A quasi cento anni di distanza, il mistero di Mallory e Irvine continua ad affascinare e dividere gli appassionati. Gli elementi raccolti nel tempo lasciano spazio a interpretazioni opposte.

Da un lato, c’è chi sostiene che Mallory e Irvine potrebbero davvero essere stati i primi in cima all’Everest – un’impresa leggendaria compiuta in anticipo di 29 anni su Hillary e Tenzing.

Dall’altro, molti ritengono che i due, per quanto coraggiosi, non abbiano mai raggiunto la vetta, fermati da difficoltà insormontabili.

Quali sono gli argomenti a favore della teoria “vetta sì”?

Teoria a favore del “vetta sì”

Anzitutto la determinazione e l’esperienza di Mallory: alpinista di punta dell’Impero Britannico, conosceva già l’Everest dalle spedizioni precedenti e quel 8 giugno 1924 partì lancia in resta con l’obiettivo di arrivare in cima “costi quel che costi”.

Aveva promesso di lasciare una foto della moglie in vetta, e come visto quella foto non è stata trovata sul suo corpo – indizio che forse la lasciò davvero sulla cima prima di morire​​.

Inoltre, l’osservazione di Odell – che li collocava attorno o addirittura sopra il Secondo Gradino prima delle 13 – suggerisce che fossero molto vicini alla vetta prima che il maltempo li occultasse​.

Se riuscirono a superare quel secondo salto di roccia (alto circa 30 metri), tutti gli ostacoli maggiori sarebbero stati alle loro spalle e nulla avrebbe impedito loro di proseguire fino in cima​.

Un amico e contemporaneo di Mallory, il grande alpinista Geoffrey Winthrop Young, era convinto che Mallory avesse conquistato la vetta e fosse precipitato durante la discesa. “La mia impressione è che l’incidente sia accaduto in discesa, come avviene nella maggioranza dei casi.

In effetti, molti incidenti in Himalaya avvengono nella fase di rientro, quando le energie calano. Mallory e Irvine avrebbero dunque potuto compiere l’ascensione e poi trovare la morte durante la ritirata.

A favore c’è anche l’analisi meteorologica: sembra che quel giorno il tempo si mantenne sereno fino almeno alle 14, offrendo una finestra di alcune ore di relativa calma prima della bufera pomeridiana.

Infine, i sostenitori del “vetta sì” fanno notare che Mallory portava l’orologio fermo sulle 1:00 (pomeridiane) – forse danneggiato nella caduta ma non si sa con certezza se si fermò nell’impatto o se segnava davvero quell’ora, e gli occhiali da sole in tasca, come se stesse scendendo col buio​.

Questo lascerebbe ipotizzare che i due avessero proseguito a oltranza fino a un’ora tarda (magari dopo aver toccato la cima verso il tramonto) e che l’incidente fatale fosse occorso durante una discesa notturna.

Teoria a favore del “vetta no”

Di contro, i fautori della teoria “vetta no” sottolineano diversi elementi che fanno dubitare del successo di Mallory e Irvine. Il principale è la presenza del famigerato Secondo Gradino (Second Step) a circa 8600 m: una parete rocciosa quasi verticale alta una trentina di metri, tecnicamente molto impegnativa.

Nel 1924 non esisteva la scaletta di ferro che oggi facilita il passaggio; Mallory e Irvine si sarebbero trovati di fronte a un ostacolo di arrampicata estenuante in piena “zona della morte”.

Conrad Anker, che nel 1999 ripercorse la loro via, riuscì a scalare in libera quel tratto (grado V+), ma ammise che farlo con gli scarponi chiodati e gli abiti di lana degli anni ’20 sarebbe stato ben più arduo. Nel 2007, con Leo Houlding, ha tentato di farlo con attrezzatura d’epoca ma fallì, e Houlding completò il passaggio con aiuto tecnico.

Reinhold Messner, il re degli ottomila, è piuttosto scettico: “Ho la sensazione che Mallory e Irvine non possano essere stati sulla cima.

Messner elogia il mito di Mallory ma dubita fortemente che potesse superare indenne il Secondo Gradino in quelle condizioni.

Un altro fatto da considerare è l’orario tardivo dell’avvistamento Odell: se davvero erano solo al Secondo Gradino alle 12:50, difficilmente avrebbero avuto tempo di arrivare in vetta (altri 300 metri di dislivello circa) e tornare giù entro il giorno stesso.

Avrebbero dovuto accelerare nella parte finale, ma con l’ossigeno ormai agli sgoccioli e il maltempo incalzante ciò sembra improbabile​.

Alcuni ipotizzano che Mallory e Irvine possano aver rinunciato poco sotto la cima e invertito la rotta, per poi inciampare tragicamente durante la discesa in mezzo alla tempesta. In ogni caso, va ribadito, nessuna prova diretta della loro eventuale conquista è mai stata trovata.

Fino ad oggi non è emersa alcuna foto scattata da loro dalla cima, né oggetti lasciati volontariamente in vetta (ad esempio Mallory aveva con sé anche una bandiera britannica, mai ritrovata).

Perfino il racconto di Odell potrebbe essere stato influenzato dal desiderio di averli visti più in alto di quanto fossero in realtà – tanto che lo stesso Odell in seguito rivalutò al ribasso la posizione osservata, forse al Primo Step, mettendo in dubbio il suo stesso avvistamento iniziale.

In mancanza di prove definitive, la comunità alpinistica internazionale continua a riconoscere Edmund Hillary e Tenzing Norgay come i primi conquistatori certi dell’Everest.

Del resto, per prassi alpinistica, la “prima ascensione” di una montagna viene accreditata solo se gli scalatori tornano vivi per raccontarla. Mallory e Irvine purtroppo non poterono riportare la loro storia.

Eppure, il fascino della loro avventura e di quel grande what if non è scemato negli anni – anzi, è diventato parte integrante della leggenda dell’Everest. Ogni nuova generazione di alpinisti ed esploratori si è interrogata sul loro destino.

Oggi, grazie alle ultime scoperte, siamo più vicini che mai a conoscere la verità su quel lontano 8 giugno 1924.

Forse un giorno non troppo distante, dai ghiacci eterni del versante nord verrà recuperata la piccola Kodak annerita: e chissà che in uno di quei negativi, sviluppati con cura quasi un secolo dopo, non appaiano due figure abbracciate sulla cima dell’Everest, coronando retrospettivamente il sogno di Mallory e Irvine.

Fino ad allora, il loro destino resta avvolto tra le nuvole dell’altissima quota, consegnato alla storia come uno dei più grandi enigmi dell’esplorazione. Vetta o non vetta? – il mistero persiste, alimentando la nostra immaginazione.

E in fondo, come disse George Mallory con semplice grandezza, l’Everest rimane lì… ad aspettare.

Bibliografia:

  • R. Messner, La seconda morte di Mallory, Corbaccio, 2002.
  • P. L. Summers, Mallory & Irvine: A Quest for Everest, 2000.
  • Articoli e archivi del Royal Geographical Society e di National Geographic.

Fonti:

  1. Montagna.TV – “8 giugno 1924: cento anni fa la scomparsa di Mallory e Irvine sull’Everest”​montagna.tv​
  2. Montagna.TV – “Un altro mistero dell’Everest. Il corpo di Irvine è stato rimosso?”​montagna.tv​montagna.tv
  3. National Geographic – “Remains of Andrew ‘Sandy’ Irvine believed to have been found on Everest”, 11 ott 2024​nationalgeographic.com​
  4. J. Norton – “Noel Odell’s Final View of Mallory & Irvine” (estratto diario, 1924)​jakenorton.com
  5. Wikipedia – “1924 British Mount Everest expedition”​en.wikipedia.org
  6. Montagna.TV – “Ritrovato sull’Everest uno scarpone di Andy Irvine”, 14 ott 2024​montagna.tv​
  7. Montagna.TV – Citazioni di G. W. Young e R. Messner​montagna.tv​
  8. LiveScience – “British explorer Sandy Irvine’s foot discovered 100 years after he vanished on Everest”, 11 ott 2024​

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