Nel 1845 l’esploratore britannico John Franklin partì con due navi, la HMS Erebus e la HMS Terror, per cercare il Passaggio a Nord-Ovest: una rotta marittima attraverso l’Artico canadese che avrebbe potuto collegare Atlantico e Pacifico.
Era una delle grandi ossessioni dell’esplorazione polare dell’Ottocento.
La spedizione, però, finì in tragedia. Le due navi rimasero bloccate nel ghiaccio nello Stretto di Victoria, nell’attuale Nunavut, in Canada.
Gli uomini tentarono poi di proseguire a piedi verso la terraferma, ma nessuno sopravvisse: morirono tutti i 129 membri dell’equipaggio.
Per oltre un secolo, il destino esatto degli uomini della spedizione Franklin è rimasto uno dei grandi misteri dell’esplorazione artica.
Alcuni resti e oggetti furono ritrovati anche grazie alle testimonianze tramandate dagli Inuit, mentre i relitti delle due navi sono stati individuati solo molto tempo dopo: la Erebus nel 2014 e la Terror nel 2016.
Le analisi moderne hanno mostrato che l’equipaggio soffriva anche di avvelenamento da piombo, probabilmente legato al cibo in scatola o ai sistemi di purificazione dell’acqua delle navi.
C’è poi un dettaglio ancora più drammatico.
Le testimonianze orali inuit e gli studi moderni sui resti hanno confermato che almeno alcuni uomini, nelle ultime fasi della spedizione, ricorsero al cannibalismo.
Non è chiaro chi vi prese parte né in quali circostanze precise, ma questo elemento mostra quanto disperato fosse diventato il tentativo di fuga sul ghiaccio.
Ora nuove analisi del DNA antico hanno permesso di identificare altri quattro membri della spedizione, portando a sei il numero totale degli uomini riconosciuti con certezza.
Tre di loro erano sulla HMS Erebus: John Bridgens, David Young e William Orren.
Secondo i ricercatori, tutti e tre fecero parte del tentativo di fuga sull’isola di King William.
La quarta identificazione riguarda Harry Peglar, imbarcato sulla HMS Terror. Il suo caso era particolarmente misterioso: il corpo era stato trovato nel 1859 con abiti che sembravano appartenere a un servitore o a uno steward, ma con lui c’erano documenti collegati proprio a Peglar, che aveva un grado più alto.
Il DNA ha confermato che quei resti erano davvero i suoi.
Secondo i ricercatori, una possibile spiegazione è che Peglar fosse stato declassato durante la spedizione e avesse ricoperto il ruolo di steward sulla Terror.
Non è una certezza assoluta, ma il suo passato militare mostrava precedenti problemi disciplinari e demansionamenti.
Queste scoperte non risolvono del tutto il mistero della spedizione Franklin, ma aggiungono nuovi tasselli. Gli studiosi sanno che tutti gli uomini morirono, ma stanno ancora cercando di capire chi morì dove, in quali gruppi e in quali fasi del disastro.
Restano almeno 14 profili genetici ancora non identificati, che potrebbero un giorno restituire un nome ad altri uomini scomparsi nell’Artico.




