La scomparsa
Il 29 maggio Dawa Sherpa stava riportando a valle il proprio cliente. La cordata era tornata indietro poco sotto la vetta e aveva iniziato la discesa. A circa 7.500 metri di quota, di Dawa si perdono le tracce. Il cliente raggiunge il campo base, lui no.
Erano tra gli ultimi alpinisti sulla montagna: la stagione delle scalate era ormai finita e le corde fisse venivano già smontate.




I giorni di ricerca
Nei primi giorni le ricerche non danno esito. Il primo volo di ricognizione in elicottero parte solo a distanza di giorni dalla scomparsa, sollecitato dalla famiglia. A Kathmandu, la moglie e la figlia perdono la speranza e iniziano i riti funebri.
Il ritrovamento
Giovedì mattina una squadra del Sagarmatha Pollution Control Committee, impegnata nella pulizia della montagna, attraversa il Khumbu Icefall, il tratto più pericoloso dell’Everest. Trova Dawa che striscia verso il campo base.
Era sopravvissuto sei giorni in alta quota senza cibo, acqua né ossigeno supplementare. Soccorso e idratato sul posto, viene evacuato in elicottero all’ospedale di Kathmandu, dove lo attendono moglie e figlia.
Le condizioni
Dawa riporta gravi congelamenti alle mani e un forte stato di sfinimento, ma è cosciente. “Mi ha riconosciuto, parla”, ha dichiarato la figlia ai giornalisti. Per la comunità di guide nepalese, sopravvivere così a lungo a quelle quote è “nient’altro che un miracolo”.
Il nodo dei soccorsi
Il caso ha sollevato interrogativi sui tempi di intervento. In Nepal in molti si chiedono perché i soccorsi siano partiti con ritardo, e se per un alpinista straniero l’attesa sarebbe stata altrettanto lunga. Le guide sherpa rendono possibile l’alpinismo commerciale sull’Everest, ma raramente diventano protagoniste della cronaca.




