

Un giovane svizzero sta tentando di collegare l’Artico all’Amazzonia solo con la forza del proprio corpo.
Si chiama Loic Cappellin, ha 26 anni, e da mesi sta portando avanti una spedizione estrema a propulsione umana, senza motori, mezzi di supporto o assistenza esterna.
Dopo aver sciato per centinaia di chilometri tra Norvegia e Svezia e pedalato per oltre 7.000 km attraverso l’Europa, si è spinto in Africa per affrontare la tappa più dura del suo viaggio: l’attraversamento del deserto marocchino.
Le spedizioni che lo hanno forgiato




Prima di intraprendere questa avventura epocale, Cappellin aveva già collaudato le sue capacità con una serie di viaggi impegnativi, che gli hanno permesso di testare i propri limiti e accumulare esperienza negli ambienti più estremi.
Nel 2023 ha attraversato 150 km in solitaria nel parco nazionale di Sarek, nella Lapponia svedese, e ha percorso 390 km lungo la Via Alpina (da Vaduz a Montreux) in modalità semi-autonoma, dormendo all’aperto e facendo affidamento sui rifornimenti locali.
Ha anche attraversato 100 km nel parco nazionale Urho Kekkonen, in Finlandia, ad alte latitudini e con temperature fino a −25 °C.
Nel 2023 ha affrontato una immersione nella foresta amazzonica della Guyana francese, un’esperienza solitaria tra caldo, umidità e vegetazione ostile.
E ancora, per prepararsi alle sfide future, ha percorso 1.000 km a piedi attraverso le Alpi per sostenere l’associazione Projo, oltre a esplorare montagne e vallate in Nuova Zelanda, nelle Alpi e nei Balcani negli anni precedenti.
Queste spedizioni gli hanno consentito di imparare a muoversi in autonomia in ambienti estremi, a gestire scarsità, freddo, caldo, logistica e pressione mentale.
Un deserto di rocce, burocrazia e 50 gradi

Il piano di Cappellin era ambizioso: coprire circa 1.000 km da Boudnib, ai margini del Sahara, fino alla costa atlantica.
Ma il deserto marocchino si è rivelato tutt’altro che sabbioso e romantico.
“Il terreno era molto più roccioso del previsto,” racconta Loic. “Le immagini satellitari non rendevano giustizia alla realtà: un paesaggio spaccato, instabile e logorante.”
Le ruote del suo carrello da 160 kg, già rinforzate, si sono piegate dopo appena due giorni.
Nel frattempo, il termometro segnava 50 °C costanti e la fatica cresceva: 15 litri d’acqua al giorno tra bere, cucinare e sopravvivere al caldo.
Per mantenere le bottiglie fresche, Loic ha usato il cosiddetto “frigorifero berbero”, avvolgendo i contenitori in panni umidi.
Ma il peso dell’acqua — fino a 85 litri trasportati — lo ha presto piegato nel vero senso della parola: dolori lancinanti a schiena e anche lo hanno accompagnato per settimane.
Polizia, controlli e un deserto sorvegliato
Tra le montagne dell’Alto Atlante e le prime dune del Sahara, il giovane esploratore ha dovuto fare i conti non solo con la natura, ma anche con la burocrazia marocchina.
Dopo pochi giorni di cammino, la polizia lo ha individuato e ha iniziato a seguirlo.
“All’inizio mi osservavano da lontano, poi non mi hanno più lasciato solo,” spiega Loic.
Nel frattempo, un imprevisto: la perdita della tenda.
“Non l’avevo fissata bene al carrello, qualcuno l’ha trovata e portata via. Fortunatamente, grazie a un abitante del posto, sono riuscito a procurarmene una nuova.”
Il giorno più caldo: 52 gradi
Il 22 agosto ha segnato il punto di rottura.
Quel giorno, il termometro ha toccato 52 °C. Poche notti dopo, la polizia lo ha svegliato di forza nel cuore della notte, portandolo in una zona ritenuta “più sicura”.
E quando ha provato a dirigersi verso il lago Iriki, al confine con il Sahara, è stato fermato dalla Gendarmeria Reale.
“Mi hanno mostrato la foto di un motociclista straniero morto pochi giorni prima. Mi hanno detto che era troppo rischioso e non mi avrebbero lasciato proseguire.”
Da quel momento, Cappellin è stato scortato giorno e notte.
Moto di giorno, guardie di notte accanto alla tenda.
“Era diventato insopportabile,” ammette. “Mi sentivo in prigione a cielo aperto.”
L’addio al carrello e la fuga in bicicletta
Costretto a seguire solo le strade principali, il suo carrello si è ribaltato più volte. Alla fine, arrivato nella città di Tata, ha deciso di abbandonarlo del tutto.
“Con l’aiuto dell’ex sindaco di Akka ho trovato una vecchia bicicletta da città, completamente inadatta al deserto, ma era la mia unica via d’uscita.”
Su quella “bicicletta da panettiere”, caricata con 30 kg di equipaggiamento, ha pedalato gli ultimi 300 km fino alla costa atlantica.
Il 26 settembre, dopo quasi due mesi di viaggio nel deserto, è arrivato a Sidi Ifni.
“Appena ho visto l’oceano, ho capito di avercela fatta. E per la prima volta, la polizia mi ha lasciato andare.”
Un’impresa di resistenza e libertà
L’attraversamento del deserto marocchino è stato per Loic più che una sfida fisica.
È diventato un test mentale, un confronto con la solitudine e con i limiti imposti da un ambiente tanto vasto quanto controllato.
“È stata una tappa durissima,” racconta. “Ma ho trovato una gentilezza infinita nel popolo marocchino. Senza di loro non ce l’avrei fatta.”
Ora verso l’Atlantico
Dopo sci, bici e trekking, la prossima sfida sarà in mare: la traversata dell’Atlantico in barca a vela.
“Non ho mai navigato,” ammette. “Ma non vedo l’ora di imparare. È il prossimo passo per completare la mia missione: unire l’Artico all’Amazzonia solo con la forza umana.”
La sua storia è quella di un ragazzo che trasforma la fatica in libertà. E mentre l’oceano lo attende, il mondo guarda a lui come a uno degli ultimi veri esploratori contemporanei.




