Il 30 luglio 2026, su una delle montagne più alte del pianeta, dieci alpinisti vengono travolti da una valanga.
Tra loro c’è uno dei nomi più famosi dell’alpinismo contemporaneo: Nirmal Purja, conosciuto in tutto il mondo come Nimsdai.
Nei giorni successivi iniziano ad arrivare notizie frammentarie.
Alcuni corpi vengono individuati, altri risultano dispersi. Per qualche ora, persino alcuni segnali provenienti dai dispositivi GPS sembrano lasciare aperta la possibilità che qualcuno possa essere ancora vivo.
Poi, lentamente, arriva la conferma di quello che tutti temevano.
Nimsdai e gli altri nove alpinisti non sono sopravvissuti.
Ma per capire realmente cosa è accaduto sul Broad Peak bisogna tornare indietro di qualche giorno.
E soprattutto bisogna capire perché Nimsdai si trovasse lì.
Nirmal Purja era nato in Nepal e, prima ancora di diventare un alpinista professionista, aveva trascorso sedici anni nelle forze armate britanniche.
Prima nella Brigata dei Gurkha e successivamente nello Special Boat Service, l’SBS, una delle unità delle forze speciali britanniche. Fu il primo Gurkha a entrare nell’unità.
La sua carriera alpinistica era iniziata relativamente tardi.
Ma nel giro di pochi anni sarebbe diventato uno degli alpinisti d’alta quota più conosciuti al mondo.
Nel 2019 lanciò quello che chiamò “Project Possible”: salire tutti e 14 gli Ottomila della Terra in meno di sette mesi.
Fino a quel momento, completare tutte le quattordici montagne sopra gli 8.000 metri aveva richiesto anni.
Nims concluse il progetto in 189 giorni: sei mesi e sei giorni.
Negli anni successivi, però, una revisione dei criteri utilizzati per stabilire le cosiddette “true summits”, cioè le effettive cime geografiche delle montagne, portò Guinness World Records a riclassificare due delle ascensioni del 2019: Dhaulagiri e Manaslu.
Nims tornò quindi su entrambe nel 2021, raggiungendone le true summits.
Quell’impresa sarebbe comunque diventata famosa in tutto il mondo grazie anche al documentario Netflix “14 Peaks: Nothing Is Impossible”.
Nel gennaio del 2021 fece poi parte della squadra di dieci alpinisti nepalesi che realizzò un’altra impresa storica: la prima salita invernale del K2.
Nims raggiunse la vetta senza utilizzare ossigeno supplementare.
Negli anni successivi continuò a collezionare salite sugli Ottomila.
E il 4 ottobre 2024 completò le true summits di tutti e 14 gli Ottomila senza utilizzare ossigeno supplementare, impiegando due anni e 150 giorni.
Ma non aveva intenzione di fermarsi.
Il suo nuovo obiettivo era diventare la prima persona nella storia a completare due volte tutti i 14 Ottomila senza ossigeno supplementare.
Ed è qui che arriviamo all’estate del 2026.
Quando Nims parte per il Pakistan, il Broad Peak inizialmente non sembra essere nei suoi programmi.
Il suo obiettivo principale è il Gasherbrum II, un’altra delle cinque montagne sopra gli 8.000 metri che si trovano in Pakistan.
Il 21 luglio Nims raggiunge la cima del Gasherbrum II, circa 8.035 metri, senza ossigeno supplementare.
Secondo Elite Exped, è la sua cinquantasettesima salita complessiva di un Ottomila.
A quel punto fa due conti.
E si rende conto di essere molto vicino a un altro risultato storico.
Lo racconta lui stesso prima di partire per il Broad Peak: quella salita non era prevista inizialmente.
Ma se fosse riuscito a salire anche il Broad Peak senza ossigeno, gli sarebbe rimasta soltanto una montagna, il Cho Oyu, per completare due volte tutti i 14 Ottomila senza ossigeno supplementare.
Il Broad Peak diventa quindi il suo prossimo obiettivo.
È una montagna che Nims conosce già.
L’aveva salita anche nel 2019 durante Project Possible.
Si trova nel Karakoram pakistano, praticamente di fronte al K2, dall’altra parte del ghiacciaio Godwin-Austen.
È la dodicesima montagna più alta del pianeta. Le diverse fonti riportano quote leggermente differenti, generalmente comprese tra 8.047 e 8.051 metri.
E anche se viene spesso considerata meno tecnica del K2, rimane un Ottomila: una montagna enorme, remota ed esposta a cadute di roccia, maltempo e soprattutto valanghe.
Per affrontare montagne di questa altezza vengono installati diversi campi d’alta quota: piccoli accampamenti temporanei utilizzati per riposare, acclimatarsi e dividere la salita in più tappe.
Sul Broad Peak il Campo Base si trova intorno ai 4.900 metri, il Campo I a circa 5.600, il Campo II intorno ai 6.250 e il Campo III vicino ai 7.000 metri. Le posizioni possono cambiare leggermente da una spedizione all’altra.
La via normale segue una cresta fino al Campo II.
Poi, per raggiungere il Campo III, attraversa un pendio particolarmente esposto al rischio di valanghe.
Ed è proprio in questa zona che avverrà l’incidente.
In quei giorni, infatti, le condizioni sulla montagna erano cambiate.
Una prima ondata di alpinisti aveva tentato la vetta tra il 18 e il 19 luglio.
Poi, dal 22 luglio, sul Karakoram aveva iniziato a nevicare pesantemente.
Secondo Jenjen Lama, guida e responsabile di Seven Summit Treks presente in quei giorni sul vicino K2, le forti nevicate continuarono fino al 26 luglio.
Alcuni alpinisti presenti sul Broad Peak avevano deciso di terminare la propria spedizione.
Tra loro c’erano l’ungherese David Klein e l’americano Ian Overton.
Klein avrebbe successivamente spiegato che, dopo una forte nevicata, non basta semplicemente aspettare il ritorno del bel tempo.
Bisogna anche lasciare alla nuova neve il tempo di stabilizzarsi oppure di scaricarsi naturalmente dai pendii.
Il 25 luglio Klein e Overton lasciano quindi il Campo Base.
Pochi giorni dopo, sulla stessa montagna, si preparano invece a partire Nimsdai e altri nove alpinisti.
Non si tratta però di un’unica spedizione guidata da Nims.
Sono dieci persone appartenenti a quattro spedizioni indipendenti, che percorrono la stessa via con tempistiche molto simili.
Con Elite Exped ci sono Nirmal Purja, Pur Bahadur Gurung, conosciuto come Yukta, e Nima Sherpa.
Yukta era un alpinista di enorme esperienza, dieci volte in vetta all’Everest e guida IFMGA, la certificazione internazionale di riferimento per le guide alpine professioniste.
Con Seven Summit Treks ci sono invece l’omanita Nadhira Al Harthy e le guide nepalesi Gyalu Sherpa e Nawang Thindu Sherpa.
Nadhira era stata la prima donna dell’Oman a raggiungere la vetta dell’Everest e stava lavorando al proprio progetto dei 14 Ottomila.
Gyalu era uno degli alpinisti più esperti del gruppo.
Pochi giorni prima aveva già affrontato il Broad Peak con un cliente americano, fermandosi poco sotto la vetta.
Per Imagine Nepal salgono invece il cinese Wang Zhong e Kili Pemba Sherpa, conosciuto come Kilu.
Kilu aveva raggiunto venti volte la cima dell’Everest ed era stato uno dei dieci nepalesi protagonisti della prima salita invernale del K2 nel 2021.
Infine c’è una quarta spedizione, organizzata attraverso Moving Mountains.
Ne fanno parte l’americana Sarah Mallory Geis e la sua guida, il pakistano Sohail Sakhi, originario di Hunza e già autore di numerose salite sugli Ottomila.
Dieci persone in totale.
Nessuna di loro tornerà dalla montagna.
La mattina del 28 luglio i dieci lasciano il Campo Base del Broad Peak, a circa 4.900 metri, e iniziano a salire verso il Campo I, intorno ai 5.600 metri.
Trascorrono lì la notte nei rispettivi campi.
Il 29 luglio proseguono fino al Campo II, a circa 6.250 metri.
Poi, nelle prime ore del 30 luglio, iniziano a muoversi verso il Campo III, vicino ai 7.000 metri.
Grazie ai dati trasmessi dai dispositivi GPS oggi è possibile ricostruire almeno in parte i loro movimenti.
Alle 5:33 del mattino tutti e quattro i gruppi risultano ancora nella zona del Campo II.
Intorno alle 7:30 stanno avanzando regolarmente lungo la via.
Poco prima delle nove, il tracker GPS di Nims registra una posizione a circa 6.660 metri.
Sarà il punto più alto raggiunto quella mattina.
Si trovano nel tratto esposto alle valanghe compreso tra il Campo II e il Campo III.
Ed è in quel momento che qualcosa accade.
Tra le nove e le nove e trenta circa, una gigantesca valanga attraversa la montagna.
Dall’altra parte del ghiacciaio, sul vicino K2, Jenjen Lama vede una grande massa di neve precipitare lungo il Broad Peak.
Secondo Lama è più grande e distruttiva delle valanghe che normalmente vede attraversare quella zona.
Accende immediatamente la radio e prova a contattare Gyalu Sherpa e Nawang Thindu.
Nessuno risponde.
In quel momento, però, non è ancora chiaro che tutti e dieci gli alpinisti siano stati coinvolti.
Lama pensa inizialmente che Gyalu e Nawang possano semplicemente aver spento le radio per risparmiare batteria.
Contatta quindi il Campo Base e chiede di continuare a provare a raggiungerli.
Nel frattempo anche le altre spedizioni perdono i contatti con i propri uomini.
Ma il Karakoram è molto diverso dalle spedizioni estremamente connesse che siamo abituati a vedere, per esempio, sull’Everest.
In quella zona non c’è una normale copertura telefonica o una connessione internet affidabile.
I tracker satellitari possono trasmettere la posizione degli alpinisti, ma dal Campo Base non è necessariamente possibile controllarne i dati in tempo reale.
Le comunicazioni con gli uomini sulla montagna dipendono quindi soprattutto dalle radio.
Per diverse ore, le singole spedizioni pensano che i propri alpinisti possano semplicemente avere le radio spente.
Solo con il passare del pomeriggio la situazione inizia a sembrare sempre più anomala.
Jenjen Lama parla con Mingma G, che si trova anche lui sul K2.
Anche gli uomini di Imagine Nepal sul Broad Peak non rispondono.
In serata viene chiesto allo staff di Seven Summit Treks a Kathmandu di controllare i tracker GPS.
E a quel punto emerge qualcosa di terribile.
Il dispositivo di Nadhira Al Harthy mostra un improvviso spostamento verso il basso di oltre 1.500 metri.
Anche i tracker degli altri alpinisti mostrano movimenti compatibili con una caduta provocata dalla valanga.
Confrontando le informazioni delle quattro spedizioni diventa evidente che non si tratta semplicemente di radio spente.
Tutti e dieci gli alpinisti risultano contemporaneamente fuori contatto.
Secondo le ricostruzioni successive, passano circa dieci ore tra la valanga e il momento in cui la reale portata dell’incidente viene compresa e viene lanciato l’allarme ai servizi di soccorso.
Quel ritardo non sembra quindi derivare dal fatto che nessuno avesse visto una valanga.
Il problema è che inizialmente nessuno aveva capito che quella valanga avesse coinvolto contemporaneamente tutti e quattro i gruppi.
La mancanza di comunicazioni affidabili e il fatto che le informazioni fossero distribuite tra operatori diversi contribuirono a ritardare la comprensione di quello che era accaduto.
Durante la sera vengono organizzate le operazioni di ricerca.
Alcuni dei responsabili delle spedizioni impegnate sul vicino K2 interrompono i propri tentativi di vetta per contribuire ai soccorsi.
La mattina del 31 luglio due elicotteri dell’esercito pakistano sorvolano il Broad Peak alla ricerca di eventuali sopravvissuti.
Contemporaneamente squadre nepalesi e pakistane iniziano a cercare tra i detriti della valanga.
I primi ritrovamenti sono terribili.
Vengono recuperati i corpi di Nadhira Al Harthy e Pur Bahadur Gurung, Yukta.
Viene trovato anche un arto umano, successivamente attribuito all’americana Sarah Mallory Geis.
Nel frattempo sui social iniziano a circolare screenshot del GPS di Nims.
Il dispositivo sembra mostrare piccoli spostamenti.
Per qualche ora nasce una speranza.
Forse Nims è ancora vivo.
Forse qualcuno è riuscito a sopravvivere alla valanga.
Ma quei movimenti non costituiscono mai una prova della sua sopravvivenza.
E le ricerche dall’aria non individuano nessuno ancora vivo.
Utilizzando alcuni droni, Mingma G e gli altri soccorritori riescono però a osservare più attentamente la montagna.
Nel pomeriggio del 31 luglio individuano un gruppo di cinque corpi intorno ai 5.900 metri.
Uno di loro indossa la caratteristica tuta di Nims.
È Nimsdai.
Con lui vengono successivamente identificati Nima Sherpa, Wang Zhong, Kili Pemba Sherpa e Gyalu Sherpa.
Più in alto, in una zona estremamente difficile da raggiungere, viene individuato un altro corpo.
Gli elementi raccolti dai soccorritori permettono di identificarlo come Nawang Thindu Sherpa.
Il primo agosto Elite Exped conferma ufficialmente la morte di Nirmal Purja e degli altri alpinisti coinvolti.
A quel punto le possibilità di trovare sopravvissuti sono praticamente svanite.
La missione diventa un’operazione di recupero.
Ed è un’operazione estremamente pericolosa.
Mingma G e Sirbaz Khan, insieme ad altri alpinisti nepalesi e pakistani, organizzano le squadre di recupero.
Devono risalire lo stesso pendio appena attraversato da una gigantesca valanga.
E la montagna continua a essere instabile.
I soccorritori raggiungono il gruppo dei cinque corpi individuati dai droni e iniziano a liberarli dalla neve e prepararli per il trasporto verso valle.
Nel frattempo due alpinisti di Seven Summit Treks, Speed Dawa Sherpa e Pem Dorje Sherpa, provano a raggiungere Nawang Thindu.
Il suo corpo si trova più in alto, in un tratto ripido e fortemente crepacciato.
Portano con loro centinaia di metri di corda.
Ma non bastano.
Sono costretti a scendere per recuperarne altra e riprendono la salita.
Quando arrivano nuovamente verso la zona dove si trova Nawang, finiscono ancora una volta le corde.
Sono ancora centinaia di metri sotto di lui.
Poi sentono un rumore.
Un’altra valanga sta scendendo direttamente verso di loro.
I due vengono investiti dalla neve ma riescono a sopravvivere.
A quel punto capiscono che continuare significherebbe rischiare altre vite e sono costretti a rinunciare.
Nel frattempo una nuova grande valanga attraversa anche la zona nella quale erano stati assicurati alcuni dei corpi già recuperati.
La neve li trascina nuovamente lungo la montagna.
I soccorritori devono quindi cercarli e recuperarli una seconda volta.
Dopo giorni di lavoro riescono finalmente a riportare verso valle i corpi di Nims Purja, Nima Sherpa, Kili Pemba Sherpa, Gyalu Sherpa e Wang Zhong.
Vengono successivamente trasportati dagli elicotteri dell’esercito pakistano a Skardu e poi trasferiti a Islamabad per organizzare i rimpatri.
Nei giorni successivi anche questa fase continua.
Il corpo di Nimsdai viene rimpatriato nel Regno Unito, dove vive la sua famiglia.
Quello di Yukta Gurung era già arrivato in Nepal, dove si sono svolti i funerali.
L’11 agosto, anche i corpi di Kili Pemba Sherpa, Nima Sherpa e Gyalu Sherpa arrivano all’aeroporto di Kathmandu.
Ma sulla montagna la vicenda non è ancora completamente conclusa.
Al 12 agosto, il quadro più prudente ricavabile dalle diverse fonti è questo.
I corpi di Nims Purja, Yukta Gurung, Nadhira Al Harthy, Wang Zhong, Nima Sherpa, Kili Pemba Sherpa e Gyalu Sherpa sono stati recuperati.
Di Sarah Mallory Geis è stato recuperato soltanto un resto umano attribuito a lei.
Il corpo di Nawang Thindu Sherpa è stato individuato sulla montagna, ma fonti nepalesi aggiornate all’11 agosto indicano che non è stato ancora possibile recuperarlo a causa della pericolosità del terreno.
Sohail Sakhi, invece, non è stato ancora localizzato.
I soccorritori hanno trovato il suo zaino e il suo dispositivo GPS alla base della montagna, ma non il corpo.
Le fonti più recenti utilizzano conteggi leggermente differenti: Associated Press parla di resti di otto vittime recuperati e due corpi ancora mancanti, un conteggio che può includere anche il resto attribuito a Mallory Geis.
Le operazioni sulla montagna sono state temporaneamente sospese perché il rischio di nuove valanghe è diventato troppo alto.
Alcuni dei soccorritori hanno già dichiarato l’intenzione di tornare sul Broad Peak quando le condizioni saranno più sicure e lo scioglimento della neve potrà rendere più accessibili i detriti della valanga.
Rimane però una domanda inevitabile.
Perché sono saliti?
Nei giorni successivi all’incidente molti hanno cercato una risposta semplice.
La neve era troppo instabile?
Sono partiti troppo presto?
La ricerca di nuovi record ha influenzato la decisione?
Sono domande legittime.
Ma oggi non abbiamo ancora elementi sufficienti per trasformarle in risposte definitive.
Sappiamo che tra il 22 e il 26 luglio aveva nevicato pesantemente.
Sappiamo che alcuni alpinisti avevano deciso di abbandonare il Broad Peak perché ritenevano necessario lasciare alla nuova neve il tempo di stabilizzarsi.
E sappiamo che il 28 luglio, in una delle prime giornate di bel tempo dopo le nevicate, i quattro gruppi decisero invece di partire.
Ma questo, da solo, non ci permette di stabilire perché la valanga sia avvenuta.
Non sappiamo quale fosse esattamente la struttura del manto nevoso in quel punto.
Non sappiamo quali valutazioni siano state fatte dai singoli alpinisti mentre salivano.
E non sappiamo con certezza cosa abbia innescato la valanga.
L’analisi di alcuni video ha fatto ipotizzare che il distacco possa essere stato provocato dal crollo di una cornice di neve o di un seracco più in alto sulla montagna.
Ma al momento rimane un’ipotesi, non una causa accertata.
Affermare quindi che la ricerca di un record abbia causato la tragedia significherebbe andare oltre ciò che possiamo realmente dimostrare.
E soprattutto nessuno dei dieci alpinisti che si trovavano su quel pendio può più raccontarci cosa abbia visto quella mattina.
Probabilmente l’incidente del Broad Peak verrà analizzato ancora a lungo.
Anche perché la tragedia ha fatto emergere un altro problema: la comunicazione tra le diverse spedizioni presenti sugli Ottomila del Karakoram.
Quattro gruppi diversi avevano uomini sulla stessa montagna.
Per ore, ognuno sapeva soltanto che i propri alpinisti non rispondevano.
Soltanto quando le informazioni sono state messe insieme è diventato chiaro che nessuno dei dieci aveva più comunicato dopo la valanga.
In questo caso un allarme più rapido, considerando la violenza dell’impatto, probabilmente non avrebbe cambiato l’esito della tragedia.
Ma in futuro potrebbe fare la differenza.
Perché questa storia non riguarda soltanto la morte di Nirmal Purja.
Sono morte dieci persone.
- Nirmal Purja.
- Pur Bahadur Gurung, Yukta.
- Nima Sherpa.
- Kili Pemba Sherpa, Kilu.
- Gyalu Sherpa.
- Nawang Thindu Sherpa.
- Nadhira Al Harthy.
- Wang Zhong.
- Sarah Mallory Geis.
- Sohail Sakhi.
Guide nepalesi che avevano trascorso gran parte della propria vita sulle montagne.
Un alpinista e guida pakistano.
Una donna omanita che stava cercando di completare i 14 Ottomila.
Un’alpinista americana.
Un alpinista cinese.
E uno degli uomini che, nel bene e nel male, aveva cambiato profondamente il modo in cui il mondo guardava all’alpinismo d’alta quota.
Nimsdai aveva costruito gran parte della propria vita attorno a un’idea:
dimostrare che ciò che sembrava impossibile poteva diventare possibile.
Sul Broad Peak stava inseguendo ancora una volta un obiettivo che nessuno aveva mai raggiunto.
Se fosse arrivato in vetta senza ossigeno, gli sarebbe rimasto soltanto il Cho Oyu per completare due volte tutti i 14 Ottomila senza ossigeno supplementare.
Ma la mattina del 30 luglio 2026, a circa 6.600 metri di quota, quella ricerca si è interrotta.
In pochi secondi.
Su una montagna che conosceva già.
A un solo Ottomila da un altro pezzo di storia.




