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Atlantico in auto: la folle avventura dei fratelli Amoretti

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Un sogno che nasce da un padre visionario

I fratelli Amoretti – Marco, Mauro e Fabio – crescono con un padre fuori dagli schemi, Giorgio, fotoreporter, spirito libero e provocatore.

Nel 1978 Giorgio tenta un’impresa folle: attraversare l’oceano su una Volkswagen Maggiolino riempita di polistirolo, ribattezzata Automare. Le autorità spagnole fermano subito l’esperimento, ma quell’idea rimane impressa nella mente dei figli.

Quando, nel 1999, a Giorgio viene diagnosticato un tumore maligno, i ragazzi decidono di trasformare il suo sogno in realtà. Insieme al loro amico Marcolino De Candia, mettono in cantiere un progetto impossibile: varcare l’Atlantico a bordo di due automobili.

Due auto trasformate in barche

Le protagoniste dell’impresa sono una Volkswagen Passat dell’87 e una Ford Taunus dell’81, rese galleggianti riempiendole di poliuretano espanso.

Sul tetto vengono montate zattere di salvataggio, vele improvvisate e pannelli solari per alimentare il telefono satellitare. Un cantiere nautico improvvisato che riflette lo spirito fai-da-te e visionario della famiglia.

Il 4 maggio 1999, all’alba, i quattro avventurieri lasciano La Palma, alle Canarie.

Per non attirare l’attenzione della Guardia Civil, scelgono di varare le insolite imbarcazioni in silenzio, trainandole per qualche miglio con piccoli motori fuoribordo. Poi gettano i motori in mare: da quel momento sarà solo vento, corrente e coraggio a guidarli.

Le prime difficoltà

Il progetto prevede di sfruttare un paracadute ascensionale come vela trainante, ma il vento instabile lo rende inutile. Al suo posto, De Candia monta alla meglio alcune vele recuperate in Liguria.

Per dieci giorni le due Automare restano quasi ferme, intrappolate dalle correnti vicino alle coste spagnole.

Il 14 maggio, scoraggiati e provati, Fabio e Mauro decidono di abbandonare: vengono soccorsi e riportati a terra. Restano in mare soltanto Marco Amoretti, 23 anni, e Marcolino De Candia, 21.

Libertà sull’oceano

Per i due ragazzi l’oceano diventa una sorta di rifugio: scrivono, meditano, vivono senza tempo.

Mentre sulla terra la famiglia si consuma nell’attesa, loro raccontano di sentirsi finalmente liberi da una società che non sentivano propria.

Ma il mare non concede tregua: l’acqua filtra nell’abitacolo, il telefono satellitare si spegne per giorni, gli uragani minacciano l’oceano.

Nonostante tutto, le auto galleggiano sorprendentemente bene, dimostrando che quell’assurda idea era meno fragile del previsto.

Una perdita e un incontro

Il 28 maggio, mentre i due autonauti sono ancora in mezzo all’oceano, Giorgio Amoretti muore. La famiglia decide di non avvisare subito Marco, temendo che la notizia lo travolga.

Dopo più di tre mesi di navigazione, il destino regala un incontro provvidenziale: la petroliera Chevron Atlantic.

Il comandante lancia in mare viveri e acqua che Marco recupera a nuoto.

È il segnale che la terra non è lontana.

L’arrivo in Martinica

Il 31 agosto 1999, dopo 119 giorni in mare, le due insolite imbarcazioni approdano a Port Tartane, in Martinica.

Marco e Marcolino vengono accolti come eroi, anche se la notizia presto scivola nell’oblio: la loro impresa, troppo fuori dagli schemi, non rientra nei canoni delle grandi avventure patrocinate da sponsor e riconosciute dai media.

Un’eredità dimenticata

La traversata dei fratelli Amoretti non fu una sfida tecnologica, né un record sportivo.

Fu un atto di amore, follia e libertà: il regalo di tre figli al padre morente, la dimostrazione che anche un’idea impossibile può diventare reale.

Oggi, a distanza di anni, le immagini di due auto che solcano l’oceano sembrano appartenere a un sogno.

Eppure, fu tutto vero: una delle più incredibili avventure italiane mai raccontate.

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