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Elite Exped ha annunciato la scomparsa del celebre alpinista nepalese e dei suoi compagni Pur Bahadur Gurung “Yukta” e Nima Sherpa. La spedizione era stata travolta da una valanga a oltre 6.500 metri di quota.
Nirmal “Nimsdai” Purja è morto in seguito alla valanga che il 30 luglio ha investito una spedizione internazionale sul Broad Peak, una delle montagne più alte del mondo.
La conferma è arrivata il 1° agosto da Elite Exped, la società di spedizioni fondata e guidata dallo stesso alpinista. In un comunicato, l’azienda ha espresso «profonda tristezza e immenso dolore», annunciando che Purja aveva perso la vita dopo essere stato travolto dalla valanga.
Elite Exped ha confermato anche la morte di Pur Bahadur Gurung, conosciuto come “Yukta”, e di Nima Sherpa, due dei più fidati compagni di cordata e guide di Nimsdai.
La valanga sul Broad Peak
L’incidente è avvenuto la mattina del 30 luglio 2026, mentre il gruppo si trovava lungo la via normale della cresta occidentale del Broad Peak.
Secondo i dati inizialmente ricostruiti attraverso i dispositivi satellitari degli alpinisti, la valanga avrebbe investito la spedizione intorno alle 9:00 del mattino, a circa 6.579 metri di quota, nel tratto compreso tra il Campo II e il Campo III.
Il gruppo era formato da alpinisti e guide provenienti da diversi Paesi, tra cui Nepal, Pakistan, Stati Uniti, Oman e Cina. Purja stava guidando la spedizione attraverso Elite Exped.
Dopo la valanga, ogni comunicazione con la squadra si era interrotta. I tracciati GPS mostravano improvvise e violente perdite di quota, compatibili con il trascinamento provocato dalla massa di neve.
Le condizioni meteorologiche e l’isolamento del Karakorum hanno complicato fin dall’inizio le operazioni di ricerca. Le autorità pakistane hanno mobilitato elicotteri militari, droni e squadre di alpinisti esperti, ma il maltempo ha più volte rallentato l’avvicinamento alla zona dell’incidente.
Il segnale GPS che aveva alimentato le speranze
Nelle ore successive alla valanga, un aggiornamento del dispositivo satellitare di Purja aveva fatto sperare che l’alpinista potesse essere ancora vivo.
Secondo quanto riferito da Mingma David Sherpa, socio di Purja e direttore di Elite Exped, il Garmin dell’alpinista aveva trasmesso un nuovo segnale alle 6:18 del mattino. La posizione risultava intorno ai 5.879 metri, molto più in basso rispetto al punto in cui il gruppo era stato travolto.
La cronologia del dispositivo indicava che Purja era stato trascinato per centinaia di metri prima che il segnale si stabilizzasse. Un successivo spostamento della posizione aveva inizialmente lasciato aperta la possibilità che fosse cosciente e in grado di muoversi.
Gli stessi esperti avevano però invitato alla cautela: in alta montagna le variazioni del segnale GPS possono essere causate da errori di localizzazione, dal movimento della neve o dallo spostamento del dispositivo, senza necessariamente indicare movimenti della persona che lo trasporta. Anche la batteria del tracker risultava quasi esaurita.
Le ricerche erano quindi proseguite mentre, con il passare delle ore, le speranze di trovare superstiti diminuivano.
Le altre vittime della tragedia
Prima dell’annuncio di Elite Exped, le autorità avevano già confermato il recupero dei corpi di alcuni componenti della spedizione.
Tra le vittime identificate figuravano Pur Bahadur “Yukta” Gurung, l’alpinista omanita Nadhira Al Harthy e la statunitense Mallory Geis. Altri corpi erano stati individuati attraverso le riprese dei droni, ma non era stato immediatamente possibile verificarne l’identità e le condizioni.
Nadhira Al Harthy era stata la prima donna dell’Oman a raggiungere la vetta dell’Everest, nel 2019. Mallory Geis, fotografa e appassionata di viaggi, stava invece tentando il suo primo Ottomila.
Yukta Gurung era una guida certificata con una lunga esperienza sulle montagne più alte della Terra. Prima dell’incidente aveva completato decine di ascensioni sopra gli 8.000 metri, tra cui dieci salite all’Everest e due al K2. Era considerato uno degli uomini di maggiore fiducia di Purja.
Il bilancio complessivo e la situazione di tutti gli altri membri della spedizione restano legati alle comunicazioni ufficiali delle autorità e delle società coinvolte.
Chi era Nirmal “Nimsdai” Purja
Nato in Nepal nel 1983, Nirmal Purja era diventato una delle figure più conosciute dell’alpinismo contemporaneo.
Prima di dedicarsi interamente alla montagna, aveva prestato servizio nella Brigade of Gurkhas dell’esercito britannico e successivamente nello Special Boat Service, reparto delle forze speciali della Royal Navy.
La sua fama mondiale arrivò nel 2019 con il progetto “Possible 14/7”. L’obiettivo era scalare tutte le quattordici montagne della Terra superiori agli 8.000 metri in meno di sette mesi.
Purja completò l’impresa in 6 mesi e 6 giorni, tra aprile e ottobre 2019, riducendo drasticamente il precedente primato, che richiedeva diversi anni. Il progetto fu raccontato nel documentario Netflix 14 Peaks: Nothing Is Impossible.
Tra le immagini più celebri di quell’impresa c’è anche la fotografia scattata sull’Everest, che mostrava una lunga coda di alpinisti bloccati lungo la cresta sommitale. Lo scatto divenne uno dei simboli dell’affollamento sulle montagne più alte del mondo.
Purja non fu soltanto un atleta capace di muoversi rapidamente in alta quota. Il suo progetto contribuì anche a portare maggiore attenzione sul ruolo degli alpinisti e delle guide nepalesi, spesso determinanti nelle grandi spedizioni ma storicamente rimasti in secondo piano rispetto ai clienti e agli scalatori occidentali.
La prima salita invernale del K2
Un’altra delle imprese più importanti della carriera di Purja risale al gennaio 2021.
Insieme ad altri nove alpinisti nepalesi, partecipò alla prima salita invernale del K2, l’unico Ottomila che fino a quel momento non era mai stato raggiunto durante l’inverno.
I dieci scalatori decisero di aspettarsi poco sotto la cima e di raggiungerla insieme, cantando l’inno nazionale nepalese. Purja dichiarò di aver completato l’ascensione senza utilizzare ossigeno supplementare.
Quella spedizione rappresentò un momento storico non solo per l’alpinismo, ma anche per il Nepal: per la prima volta una delle più grandi imprese himalayane veniva realizzata interamente da una squadra nepalese.
Il ritorno sul Broad Peak
Il Broad Peak non era una montagna sconosciuta a Purja.
L’alpinista ne aveva già raggiunto la vetta nel luglio 2019 durante il suo progetto sui quattordici Ottomila. In quei giorni aveva scalato in rapida successione Nanga Parbat, Gasherbrum I, Gasherbrum II, K2 e Broad Peak.
Nel 2026 era tornato nel Karakorum con un nuovo obiettivo. Pochi giorni prima della tragedia aveva annunciato un’altra salita del Gasherbrum II, che secondo il suo conteggio personale rappresentava la sua 57ª vetta sopra gli 8.000 metri.
Purja stava inoltre lavorando a un progetto ancora più ambizioso: completare due volte tutti i quattordici Ottomila, puntando a realizzare la seconda serie senza ossigeno supplementare.
Prima di partire verso il Broad Peak aveva affidato ai social un messaggio nel quale chiedeva alla montagna soltanto un passaggio sicuro verso la cima e ritorno. Aveva anche ricordato di non considerare mai scontata nessuna montagna, indipendentemente dall’esperienza accumulata.
Una figura che ha cambiato l’alpinismo contemporaneo
Le imprese di Nims Purja hanno diviso e affascinato il mondo dell’alpinismo.
Il suo stile si basava su velocità, grande organizzazione logistica, uso di elicotteri per gli spostamenti tra le montagne e, in molte ascensioni, ossigeno supplementare. Un approccio lontano dall’alpinismo leggero e tradizionale, ma capace di spingere i limiti delle spedizioni commerciali e dei record in alta quota.
Allo stesso tempo, Purja ha avuto un ruolo decisivo nel cambiare l’immagine delle guide nepalesi. Non più soltanto figure di supporto, ma protagonisti, leader di spedizione e alpinisti capaci di realizzare alcune delle imprese più difficili al mondo.
La sua personalità, la comunicazione diretta e il motto “Nothing is Impossible” gli avevano permesso di raggiungere un pubblico molto più vasto rispetto a quello normalmente interessato all’alpinismo.
Con la sua morte, la montagna perde una delle figure più riconoscibili e influenti degli ultimi anni. Ma la tragedia del Broad Peak non riguarda soltanto un grande nome: riguarda tutte le guide, gli alpinisti e le famiglie coinvolte in una delle più gravi tragedie recenti dell’alpinismo himalayano.




