L’alpinista russo Konstantin Smirnov ha trascorso una notte da solo a quasi 8.000 metri sul Makalu, dopo che la guida nepalese che lo accompagnava avrebbe continuato la discesa senza di lui.
Smirnov è riuscito a sopravvivere, ma ha riportato congelamenti gravissimi e dovrà subire l’amputazione delle dita della mano sinistra. Ora ha avviato un’azione legale contro la guida e l’agenzia che aveva organizzato la spedizione.
La compagnia, però, contesta la sua ricostruzione e sostiene che l’alpinista non avrebbe rispettato le indicazioni ricevute. Saranno quindi le autorità nepalesi a dover stabilire cosa sia realmente accaduto.
La discesa dalla quinta montagna più alta del mondo
Il Makalu raggiunge gli 8.485 metri ed è la quinta montagna più alta della Terra. Si trova tra Nepal e Tibet, non lontano dall’Everest, ed è considerato uno degli Ottomila più difficili per la ripidità della montagna e per alcuni passaggi tecnici.
Smirnov raggiunse la vetta l’8 maggio 2026 insieme alla guida Bhajuram Gurung. Il vero problema iniziò durante la discesa.
Sopra gli 8.000 metri ci si trova nella cosiddetta zona della morte, dove la quantità di ossigeno è così ridotta che il corpo umano continua a deteriorarsi anche quando l’alpinista è fermo. Dopo aver raggiunto una vetta, inoltre, stanchezza, freddo e disidratazione possono compromettere rapidamente la capacità di prendere decisioni.
Rimasto solo al calare della notte
Secondo la testimonianza di Smirnov, intorno alle 19, quando si trovavano ancora a circa 7.900 metri, la guida gli avrebbe detto che procedeva troppo lentamente e avrebbe continuato da sola verso il Campo 4, situato circa 400 metri più in basso.
La guida avrebbe raggiunto il campo alle 21, senza però comunicare chiaramente agli altri che il suo cliente si trovava ancora sulla montagna.
Smirnov continuò quindi a scendere da solo, mentre nevicava e stava diventando buio. Intorno alle 21:30 si fermò a circa 7.720 metri e cadde in uno stato di incoscienza provocato probabilmente dall’alta quota e dallo sfinimento.
Durante la notte, in stato confusionale, perse una muffola. La mano sinistra rimase così esposta per ore alle temperature estreme, riportando un congelamento di quarto grado, il livello più grave, nel quale il freddo danneggia profondamente pelle, muscoli e altri tessuti.
Il segnale SOS e la discesa senza assistenza
Smirnov si risvegliò alle cinque del mattino e attivò il segnale di emergenza del suo dispositivo Garmin. Abbandonò lo zaino e riprese a scendere seguendo le corde fisse, installate sulla montagna per permettere agli alpinisti di assicurarsi nei tratti più pericolosi.
Quando le corde terminarono, dovette affrontare da solo un passaggio particolarmente difficile. Riuscì a raggiungere il Campo 4 soltanto nel tardo pomeriggio, dopo essere rimasto per circa 30 ore senza acqua.
Secondo Smirnov, l’agenzia avrebbe chiesto più volte alla sua guida di risalire per aiutarlo, ma l’uomo si sarebbe rifiutato.
Fu un altro alpinista nepalese esperto a partire dal campo base e raggiungerlo durante la notte. Gli fornì acqua, ossigeno e assistenza, per poi aiutarlo a scendere fino al Campo 2. Da lì Smirnov venne evacuato in elicottero e trasportato in un ospedale di Kathmandu.
Due versioni molto diverse
Smirnov sostiene che la persona assegnata come sua guida non avesse la preparazione necessaria per accompagnare un cliente su una montagna di oltre 8.000 metri. Ha quindi chiesto un risarcimento all’agenzia Makalu Adventure e presentato una denuncia contro Gurung.
La compagnia racconta però una versione diversa. Secondo il direttore dell’agenzia, Smirnov sarebbe rimasto sulla vetta per oltre un’ora, nonostante gli fosse stato chiesto di iniziare subito la discesa. La guida avrebbe quindi deciso di raggiungere il campo perché stava esaurendo l’ossigeno e temeva per la propria sicurezza.
L’agenzia sostiene inoltre che Gurung fosse esperto e possedesse la licenza necessaria per lavorare sulle montagne nepalesi. Al momento della pubblicazione della notizia, la guida non aveva ancora fornito direttamente la propria versione dei fatti.
Un nuovo caso nell’alpinismo commerciale
Smirnov è tornato in Russia, ma i medici non sono riusciti a salvare le dita della sua mano sinistra. Anche una parte di un dito della mano destra è rimasta danneggiata.
L’inchiesta dovrà ora chiarire se la guida abbia realmente abbandonato il proprio cliente e se l’agenzia gli avesse affidato una persona adeguatamente preparata.
Il caso arriva nella stessa stagione di quello di Hillary Dawa Sherpa, rimasto solo sull’Everest e ritrovato vivo dopo quasi una settimana.
Due vicende differenti che stanno sollevando interrogativi sui controlli, sulla preparazione delle guide e sulle responsabilità delle agenzie che organizzano spedizioni commerciali sugli Ottomila. In luoghi dove anche un piccolo errore può diventare fatale, scegliere una compagnia e verificare l’esperienza della propria guida non è soltanto una formalità: può fare la differenza tra tornare a casa e non tornare affatto.




